Libera(mente)

Prove tecniche di vita


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CUT FOR ZAYN

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Da molto tempo desidero  affrontare un tema che ai più potrebbe sembrare quantomeno superficiale o irrilevante, ma che in realtà è molto serio e si presta a discussioni  niente affatto banali.

E’ di questi giorni la notizia che uno dei componenti di una “boyband” di gran successo, gli One Direction, ha abbandonato il gruppo. Notizia di poco conto, si direbbe, da relegare nella colonna laterale delle news minori, al massimo un accenno nelle pagine dello spettacolo.

In realtà questo abbandono scatena l’esito infausto della più grande, cinica, spericolata e pericolosa operazione di marketing degli ultimi anni, portata avanti con velocità e spietatezza, favorita dalla diffusione globale dei social network.

Il 23 luglio del 2010, Simon Cowell, l’ideatore di X Factor tanto per capirci, partorisce l’idea più brillante e redditizia della sua carriera. Ha davanti a sé cinque ragazzini tra i 16 e i 18 anni, scartati alle selezioni da solisti di X Factor Britain. Sono carini, facce pulite, voci un po’ immature ma gradevoli. Presi singolarmente non brillano, ma se messi insieme con un vero e proprio colpo di mano possono diventare tutt’altro. Si trasformano nella gallina dalle uova d’oro.

I ragazzi accettano quindi di diventare un gruppo, gli sbattono sotto il naso un contratto milionario con la Sony, con un calcio li spediscono sul palco e il gioco è fatto. La macchina macina soldi si è messa in moto.

In quattro anni vendono circa 40 milioni di copie dei loro album, vincono tutto ciò che c’è da vincere nel panorama dei premi musicali, accumulano un patrimonio personale di circa 70 milioni di sterline.

Il merchandising del gruppo è portato al parossismo, si vende qualsiasi cosa abbia sopra impresso il logo della band,hanno  milioni (sì, milioni) di fans tra le ragazzine tra i 10 e i 17 anni  in tutto il mondo.

Ecco, fermiamoci qui.

Sono cinquant’anni che i gruppi pop e rock scatenano l’isteria degli adolescenti, e le scene con le fanciulle in lacrime ai concerti si vedono in TV dai tempi dei Beatles, ma stavolta è diverso.

Stavolta c’è Internet.  Stavolta c’è il pauroso vuoto sociale nel quale galleggiano queste ragazzine, ancora più fragili e influenzabili delle loro “antenate” di qualche decennio fa. Nel deserto valoriale di questa misera nostra decadente epoca ci vuole davvero poco ad imporsi come idolo e modello. Nascono migliaia di fanpage su Facebook, le fans del gruppo diventano un esercito, quasi una setta, la dedizione alla band quasi una religione con i suoi dogmi inconfutabili, i suoi riti, la richiesta di una professione di fede.

Vengono spesi fiumi di soldi per acquistare CD, libri, magliette e soprattutto biglietti per i concerti. Si conosce in anticipo la data e l’ora esatta in cui i preziosi ticket vengono messi in vendita on line. Spariscono in 7 minuti per il primo concerto italiano del 2013. Le ragazze più fortunate e veloci impazziscono di gioia, quelle che non riescono nell’impresa urlano letteralmente il loro dolore fino alla fine, fino a schierarsi dietro le recinzioni dello stadio dove si tiene il concerto armate di sassi da lanciare verso le coetanee in fila per entrare.

Tutto questo vi fa sorridere vero?

Vi assicuro che da ridere c’è davvero poco, soprattutto oggi. Oggi sono on line le foto delle braccia delle fans di Zayn  (quello che ha lasciato il gruppo in questi giorni perché “vuole vivere una vita normale”). Sono braccia di adolescenti incise con forbici e coltelli, ferite profonde e sanguinanti, fotografate e lanciate in Rete a testimonianza di un dolore oscuro come solo nell’adolescenza può succedere, un’offerta sacrificale volta a chiedere il ritorno del boy in questione.

Queste ragazze (e prima di loro i cinque ragazzi del gruppo) sono le vittime designate di un’operazione commerciale miliardaria, abilissima nel colpire il target più debole e plagiabile tra tutti, quello dell’infanzia tradita da un mondo che sta affogando ogni residuo di relazione umana nell’oceano smisurato del virtuale, dove l’innocenza non ha difese dagli attacchi di qualsiasi lupo affamato.

Leggo i commenti della “ggente” su Facebook e mi rendo conto che la maggior parte inneggiano ironicamente alla “selezione naturale”, invitano le ragazzine a tagliare più in profondità così da levarsi definitivamente dai piedi, nei casi più gentili suggeriscono che a tagliarsi le vene siano i genitori, evidentemente decerebrati per aver allevato delle bestie.

Nessuno che si indigni profondamente per la violenza esercitata su queste creature da un sistema economico e sociale spietato, per l’abuso esercitato da chi le ha utilizzate per riempirsi le tasche di denaro.

A questo punto avrete forse capito che una di queste ragazze è mia figlia. Lei non si taglia per fortuna, ma l’altra sera entrando in casa l’ho trovata seduta sul letto con gli occhi gonfi dal gran piangere e il viso pallido di chi sta affrontando un dolore vero e profondo.

Io non ho riso di lei, nemmeno un attimo.  L’ho abbracciata con la sensazione che fosse finalmente tornata a casa, sana e salva.

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CINCIN

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Così hai pensato che lui prima di tutto
potrebbe quasi essere tuo figlio
anche se poi a ben vedere il mondo è pieno
di figli che desiderano
buone madri da scopare
e che di fatto l’importante è solo essere certa
che lui abbia occhi come tutti e un naso e dieci dita delle mani
e magari saresti pure fortunata nel caso
metti il caso
tu gli scoprissi un pezzo di buone dimensioni
tra le gambe
che facesse onore
alle fantastiche menzogne
figlie della tua solitudine appesa a un davanzale
come un lenzuolo imbrattato
dopo un matrimonio in chiesa
e ti ripeti che ti basterebbe
un ologramma di felicità forzata che ti sorrida in forma
di un uomo tranquillo che adora i bambini
anche se sono suoi
e ama i cani
e la poesia
almeno quanto una donna a gambe aperte
e intanto torci le labbra in un bacio di prova
al brandy che fa schifo anche se ormai
davvero non lo senti più mentre ti stupra la trachea
il gioco – dici – vale comunque la candela
fa parte della sfida
saldarsi la cornetta del telefono alla mano e parlare
naturale sciolta elastica persino vagamente spiritosa
mentre la casa ondeggia ed è un peccato
che fuori della finestra non ci sia sul serio il mare
anche se a dirla tutta che ti credano o no
forse non è nemmeno più importante
e forse il senso delle cose
t’è finito in vescica
fino alla prossima lunghissima pipì
e intanto ti ripeti che funziona
perché nemmeno si sogna
non si dorme
si muore
anche se solo per un tempo breve
e se è così la morte allora
cristo santo
perché averne paura
mentre rileggi la lista di tutte le cazzate
le tue
e ci fai sopra una riga
fino a quando
non rimani che tu
tu tu tu tu tu tu
con la cornetta in mano
e chissà poi a chi stai telefonando
comunque a qualcuno
che adesso sta parlando a qualcun altro
mentre tutto barcolla
e sei sul ponte scricchiolante
a calibrare il peso del tuo corpo
a seguire il rollio come un vecchio lupo di mare
uno che ha visto le balene e i calamari giganti
e ha sentito da vicino cantare le sirene
di un’ambulanza
che si portava via la gioventù

(febbraio 2006)


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Camminando

E’ una lama affilata quel vento

che ti taglia la gola e ti mozza il respiro

E tu cammini infilando vicoli

di strani e appuntiti pensieri

 

Gli occhi aperti sul mondo e sulla vita

come non capitava da quel giorno

che ti ha visto sbarrare la porta del cuore

 

Sotto la maschera triste

che porti da troppo

c’è pelle nuova e sensibile alla luce

e un sorriso che urla neonato

e ti allaga i polmoni

 

Vorresti dirglielo

che la bimba che amava

ha rughe di donna

che ha portato il dolore del parto

il trionfo del sesso

la fatica del pane

il coraggio che nasce davanti alla morte sconfitta

 

Vorresti strappare il presente

per reinventare il passato

 

E vorresti aver imparato il tango

ed averlo ballato almeno una volta con lui

 

E t’imbarazza pensare  che forse

Oggi non sapresti più

Non sapresti più fare all’amore


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PASSATELLI ROMAGNOLI CON FUNZIONI ANTIDEPRESSIVE

PASSATELLI

La Romagna è terra sincera e appassionata. Meno opulenta e rotonda della grassa Emilia ma ugualmente sensuale, meno ricca di sfumature culinarie ma ruspante e decisa nei suoi piatti simbolo.

La piadina l’abbiamo ormai sdoganata dappertutto, tanto che ormai i kebbabbari de noantri ne utilizzano il nome (ma solo il nome!)  per citare il pane piatto e non lievitato in cui avvolgono la carne.

I passatelli invece non li conosce quasi nessuno.

Trattasi di robusti “lombriconi” il cui impasto è tanto semplice quanto vigoroso: uova, parmigiano reggiano possibilmente stagionato, pane grattugiato e una spolverata clandestina di noce moscata, da aggiungere con aria indifferente, quasi fischiettando.

Una volta amalgamato l’impasto ci si trova tra le mani una golosa palla di un bel colore dorato, solida e profumata, con un peso specifico importante.

A quel punto è necessario armarsi di tagliere di legno e di un attrezzo speciale, sconosciuto probabilmente anche a quegli spocchiosi di Masterchef, composto da una piastra di ferro crivellata di buchi da un cm di diametro alla quale sono attaccati due manici di legno.

Basta spingere l’arnese sulla palla dell’impasto e magicamente si produrranno i lombriconi di cui sopra. Il gesto in sé ha diverse funzioni: scarica le tensioni perché l’impasto non è poi così morbido e ci vogliono due solidi bicipiti per spingere adeguatamente con un impegno fisico notevole; è liberatorio perché sull’impasto si riesce a scaricare una buona dose di rabbia inespressa; è consolatorio in quanto come premio a tanta fatica si può mangiucchiare un passatello  qua e là, che tanto sono buonissimi anche crudi.

Da bambina, quando mio padre si arrotolava le maniche e si preparava a tirare i passatelli, i miei infantili sensi facevano festa e il godimento maggiore era appunto quello di rubacchiare qualche passatello di soppiatto prima che venissero cotti.

Ah già, non vi ho detto come vanno cotti.

Generalmente vanno affogati nel brodo caldo di manzo e pollo quando sono ancora vivi (una volta impastati non vanno fatti asciugare molto).

In due minuti sono cotti e pronti a consolare anche il cuore più affranto in una domenica di gennaio umida e triste. Se la tristezza è molto acuta e nonostante le coccole dei passatelli proprio non potete fare a meno di piangere, potete sempre dire che vi siete scottati il palato con il brodo.

PS:  a sostegno del sopracitato impasto energetico e antidepressivo si consiglia un Sangiovese robusto, a temperatura ambiente.


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Ho fatto un sogno stanotte e c’eri tu

IMG_0027C’era un paese, uno di quei paesi marinari che si arroventano al sole del Mediterraneo d’estate, con le case d’un bianco abbacinante e le viuzze torte e fatte a scale, che a ogni svolta puoi trovarti la sorpresa di uno spicchio di mare azzurro incastrato tra terrazze e gatti al sole.

E  tu forse dicesti che avevi voglia d’andare sulla spiaggia e forse andammo, perché ricordo di noi che tornavamo a casa coi capelli arruffati e la pelle salata, calda e scura. Avevo con me un asciugamano arancio e giallo, ce l’ho sul serio sai, ma lo uso poco.

Poi restammo affiancati sul letto, a drogarci di cicale, con la finestra aperta e le tende bianche che facevano vela al vento, così, semplicemente abbandonati a una stanchezza dolce come miele, come bambini.

Tu allungasti una mano verso le mie gambe e – giuro – l’ho sentita quella carezza curiosa di pelle, una di quelle che qualche volta mi facevi, pronto per far l’amore.

Ma poi qualcosa, o forse qualcuno, venne a scuoterci o a chiamarci ed io restai così, sospesa, senza te.

Sai come sono i sogni, privi di pezzi di tempo tra una scena e l’altra e poi chissà davvero cosa succede in mezzo. Forse qualcosa che è inutile sognare.

Così poi correvamo su per una scalinata, ed era notte. Io avevo un vestito leggero, e scarpe dorate che ad ogni scalino si incastravano nell’orlo dello scialle a coda che portavo appoggiato sulle spalle. Sentivo i tacchi strappare la stoffa ad ogni passo, nonostante facessi attenzione non mi riusciva di evitarlo, ma andavo avanti e salivo e a un certo punto tre o quattro ragazze che salivano dietro di me mi superarono correndo e ridendo. Avevano anche loro dei  veli sulle spalle, ma correvano forte e non inciampavano mai.

E quando arrivammo sulla porta di casa mi guardai le scarpe e vidi uno dei tacchi spezzato a metà, scheggiato e irreparabile e pensai che fosse stato proprio quello a farmi a pezzi lo scialle.

Mi sono svegliata che non era ancora giorno e mi uscivano lacrime dagli occhi, ma non capivo davvero se fosse perché avevo distrutto il mio scialle più bello e le mie scarpe dorate o se perché quel giorno eravamo stati a un passo dal far l’amore, e poi non più.